Faraway in Lovanio

La biblioteca di Leuven

Il posto più bello dove camminare a Leuven è il Groot Begijnhof: la più grande città delle beghine nei paesi bassi, sopravvissuta miracolosamente intatta alle guerre del XX secolo. Una città nella città, un dedalo di viuzze e casine di mattoncini gialli dominato dalle guglie altissime di nero rilucente e di una grande chiesa con un tetto immenso affilato come una lama. Gli storici non hanno le idee chiare riguardo a chi fossero queste beghine, a cosa facessero in questi spazi. Vedove di guerra, sosteneva il belga Henry Pirenne, frutto dello squilibrio demografico causato dalla guerra dei trent’anni, un mostro che con la sua coda di epidemie aveva ingoiato gli uomini del continente; si organizzavano per non essere sole, si difendevano costruendo città solidali nelle città della violenza, e in un clima quasi monastico ricostruivano la loro vita. Oggi l’economia dei flussi, del riuso, dei grandi contenitori, della conoscenza ha trasformato gli interni di questo posto in residenza universitaria, in spazi congressuali, dominati da un’estetica minimalista e funzionalista, vuoti per buona parte del tempo; forse non si poteva fare di meglio, ma ho la sensazione che talvolta queste iniziative, fatte per ridare nuova linfa vitale a luoghi che hanno smarrito la loro ragione d’essere, finiscano per accellerarne la decadenza, e che invece di riportarli al centro, li marginalizzino ancora di più.

Sono qui perchè faccio parte di una rete di ricerca sociale che fa capo alle facoltà di sociologia e geografia della Katholieke Universiteit Leuven, per secoli la maggiore e più antica università del Belgio. Le attività di ricerca, finanziate da uno specifico fondo messo a disposizione dalla regione fiamminga per “sprovincializzare” le proprie università, girano intorno ai temi della “Plurality and diversity in urban context”. I quasi 90.000 abitanti di Leuven vivono in una tranquilla periferia al centro caotico del mondo, a soli 15 minuti di treno da Bruxelles, un luogo nel quale sembra sembra prevalere la dimensione quotidiana e domestica, dove le vecchie case turrite sembrano torte natalizie, gli alberghi sanno di spumante dolce e per strada anziani e bambini vestono i colori dei tulipani più sgargianti. Eppure un luogo incrociato continuamente dai grandi eventi della storia moderna e contemporanea. Un centro irradiatore, uno di quegli snodi storici e culturali, che all’apparenza, ne è totalmente inconsapevole.

Maarten, ricercatore presso la cattedra di geografia urbana, mi accompagna alla grande Biblioteca di Lovanio, monumento alla lugubre storia del XX secolo, due volte data alle fiamme dai tedeschi con il preciso intento di fiaccare la resistenza dei fiammingi distruggendone i simboli dell’indipendenza. Sempre rinata dalle sue ceneri, oggi piena di studenti. L’aria di provincia domina integralmentela piazza antistante l’edificio, dove c’è sempre una specie di fiera rumorosa, wurstel, giostre, musica a tutto volume, pupazzi giganti, odore di caramelle, popolo festante. In questi giorni un natale anticipato riempe le strade di mascherine povere e immense famiglie di immigrati arabi tutti con in mano l’immancabile waffel. Questi immigrati oggi sono circa un terzo della popolazione residente, mi dice Maarten, e in buona parte lavorano da musulmani nelle fabbriche di birra della Inbev, multinazionale di Lovanio, uno dei maggiori produttori di birra al mondo, proprietaria di marchi come Stella Artois.

Ruud vive a 12 chilometri da qui, e viene a lavorare tutti i giorni all’università su una specie di bici a tre ruote sulla quale si può stare sdraiati, e quando piove scende dalla bici con la barba bianca intrisa di pioggia e col viso grondante. Va bene per la schiena, però. Mi dice che la crisi istituzionale che investe oggi il Belgio, privo di governo da oltre un anno e mezzo per l’impossibilità di mettere insieme partiti separatisti ormai maggioritari, affonda le sue radici proprio a Lovanio; nel 1968 l’università fu teatro di gravi disordini fra fiamminghi e valloni, disordini che portarono alla caduta del governo. Al di la della causa scatenante, il motivo profondo era il malcontento per la crescita della popolazione universitaria francofona in una città fiamminga. L’esito fu l’espulsione degli insegnanti francofoni e la rifondazione di una università cattolica solo fiamminga, l’ attuale KUL. Gli insegnanti e gli studenti francofoni si spostarono una 30 di chilometri più a sud, dove fondarono una nuova università l’Universitè Catholique de Louvain, e una nuova città, Louvain-La-Neuve.

C’è un federalismo che unisce e uno che divide, mi spiega Andrea, passeggiando in una domenica di sole nel grandioso parco del castello de La Hulpe, vicino Bruxelles. Andrea è un diplomatico, non un sognatore. Se l’esito della crisi non è stato, finora, la separazione del paese, sostiene, questo è successo soprattutto per l’incertezza dei confini tra le due aree, e per l’impossibilità di attribuire Bruxelles all’una o all’altra parte. Per il resto, l’oggetto del contendere è banale ed è, come dappertutto in Europa, la divisione delle risorse. La parte ricca del paese che non vuole pagare sanità e pensioni per quella meno ricca. E le due parti, che insieme non vogliono pagare per i cittadini immigrati.

Leuven, 21 settembre 2011

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *